PITTURA
Dopo il mese dedicato alla fotografia (cfr. Civetta n.6, Giugno 2007) domenica 3 giugno si è inaugurata, all’interno della manifestazione Voltarte 07 – Edizione B, la mostra dedicata esclusivamente alla pittura curata da Vittorio Bustaffa. Come di consueto, l’esposizione ha avuto luogo nelle piccole ma ideali sale della Casa del Giardiniere di Palazzo Gonzaga. Rispetto all’edizione dell’anno passato si è assistito ad un aumento del numero degli artisti e, conseguentemente, delle opere senza, per questo, inficiare la fruibilità e la vita stessa dei lavori esposti. Nella prima sala ci accoglievano le opere di Paolo Cavinato, divise in due piccoli gruppi. Le tre grandi tele disvelavano lentamente l’intimo rapporto tra uomo e natura, tra terra e cielo dove si tenta una mediazione, un punto di contatto. Una piccola imbarcazione naviga verso l’orizzonte. È il focus dell’opera, centro geometrico e forza palpitante.
La barca è il connubio perfetto, il tra le cose. Siamo in una situazione di attesa: attesa di un’epifania, di un’illuminazione che puntualmente avviene. Un cono di luce buca le movimentate sagome cirriformi: luce sacra, laica, contatto con le forze divine o con una qualche forma di vita extraterrestre. O molto più semplicemente, luce naturale che bacia il suolo della Terra nel consueto e meraviglioso ciclo naturale. Gli altri due lavori apparivano di dimensioni più ridotte e calati in un’atmosfera più cupa, dove la terra e il cielo, contraddistinti da colori terrosi, vengono divisi da una fenditura d’opalescenza blu. Di Gianpaolo Spagnoli sono state esposte tre opere. Le prime due dichiaravano l’appartenenza ad un mondo riflessivo, con chiara accezione ottico-visiva. Superfici lucide, nobili che contrastano e dialogano con la violenza e la pastosità della vitesse materica. Veri e propri accumuli superiori anche al centimetro, violenti e violentati ma ricoperti dalla natura obnubilante della “società civile” che cela tutto senza per questo cancellarlo. La quotidianità nella sua multiforme specificità ci si impone attraverso purezze coloristiche brutali, superfici materiche crepate (che ricordano i referenziali Cretti di Burri), terminazioni spigolose. Già presente l’anno scorso, Paride Gorgi ha presentato le sue ultime ricerche che vanno nella direzione già indicata in precedenza: l’esplorazione dei luoghi marini/terrestri di mondi “altri” dove vigono particolari leggi fisiche e metafisiche. Impronte di animali sconosciuti e impossibili da conoscere, vista la loro assenza, acquistano spazialità tridimensionale Ma siamo sicuri che si tratti semplicemente di impronte inorganiche? Se poniamo maggiore attenzione le vediamo muoversi, correre e dialogare tra loro in un balletto mai percepito da occhio umano. Sono forme semplicissime o poco più complesse che ci inquietano con la loro sola presenza (e forse per la loro “diversità”). Ma oltrepassando indomite chiusure mentali, ciò a cui assistiamo è una danza bio-circense, dove il festival cromatico si muove tra la rappresentazione spettacolare e il naturale svolgersi della vita.
Le opere della monteclarense Patrizia Castracani sono percorse dall’eros più reale e intrinsecamente vissuto. Siamo lontanissimi da qualsivoglia perversione. Se schiviamo l’ottusa ondata bacchettona e incapace di cogliere le diverse facies della vita, possiamo vivere gli umori della sessualità nella sua completezza: da un innocente fiocco rosso ad una rossa rinsecchita ma colma di ricordi, fino agli acini di un grappolo d’uva che scivolano voluttuosi verso labbra carnose e ammiccanti. Nella terza stanza si travalicano i confini nazionali per approdare nelle fredde terre del Nord Europa. La danese Gitte Danelund ci ha fatto calare nel regno della natura e, come minuscoli esploratori, abbiamo camminato in cerca di punti di riferimento, ma ci siamo ritrovati in un contatto arcaico con Madre Natura. È una natura naturans che si fa davanti ai nostri occhi, sotto le nostre mani. Il modus operandi informale copre l’intero arco cromatico per svelarci una reale realtà del reale. Come Monet si avvicinava alle ninfee tanto da diventare egli stesso ninfea, la Danelund entra in questo suo intricato giardino perdendo i connotati umani. Ma il suo approccio forse pecca troppo di “nordicità” rendendo la trattazione un po’ troppo fredda.
La giovanissima Selene Lazzarini lavora sulle grandi campiture con dichiarata indifferenza verso il soggetto figurativo. Dentro il quadro, anche a più pannelli, si aprono stanze, luoghi e ciò avviene attraverso aperture o fessure di interrelazione dove l’aplat schiaccia la superficie senza sminuire la creazione di zone di incontro che si fanno davanti a noi. Come dichiara lei stessa “lo spazio si dilata, si moltiplica, si sovrappone e si colora di contrasti e tutto ciò avviene con un’armonizzazione dei volumi”. Come Gorgi anche Pierluigi Ongarato partecipa per la seconda volta alla manifestazione. La sua attenzione si è rivolta in particolare alle varie espressioni e posture dei corpi umani. Volti, figure intere sembrano oltrepassare i dettami dell’Iperrealismo per proporci qualcos’altro, ma cosa non sappiamo dire. Vi è sicuramente un germe di instabilità nella fissità dei lavori che inietta la necessaria carica vitale. Il guidizzolese Giancarlo Cigala ha presentato quattro lavori (un carboncino e tre tele) ma in tutti possiamo cogliere quello che Cristiano Casarotti ha definito “un pregnante e significativo connubio tra tecnica e cuore”. Le sue sono opere quotidiane, pacate che evitano ogni rumore.
E ciò che traspare dall’espressività collima con quello che ci dice la forma: il segno, infatti, non è mai brutale ma compassato e pensato.
Scendendo nella Limonaia si incontravano gli ultimi due artisti della mostra. Con il primo, Tahiri Abdeslam, abbiamo gustato il simbolismo tribale, sintesi di indifferenza prospettica e compositiva. Le terrose campiture uniscono i suoli, i legni, le pelli animali e umane. È questa l’Africa di Abdeslam, unificata sotto il segno della pastosità terrosa. Vera piaga di questo continente è l’acqua, presente ma posta sotto l’egida di poche persone. E un dipinto esemplificava in modo eccellente tutto ciò: l’uomo che ruba l’acqua ad un altro uomo, che con le mani forma una diga irraggiungibile e terribilmente disumana. Come nel simbolismo medievale, le dimensioni rappresentano l’importanza del soggetto. E la folla che non ha diritto alla fonte non conta niente. Chiudeva questa pattuglia Vittorio Bustaffa presentando le illustrazioni eseguite per il testo di Pietro Sissa Quella strega di mia zia e altri racconti (Edizioni Il Cartiglio Mantovano). Le tavole di Bustaffa, esposte in originale, sono caratterizzate dal blu, colore dell’intero volume, come omaggio a quanto sostenuto da Wassily Kandinsky ne “Lo spirituale nell’arte”: “più il blu è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale”.
info e news:
www.voltamn.it
www.playcomics.it
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