PROVE DI REGIME

di Luca Morselli

L’Italia rappresenta in Europa la prima deriva democratica dopo la caduta del Muro di Berlino. Il nostro Stato è diventato un regime. Una forma di regime postmoderna, mediatica e plutocratica. Non si adotta il manganello e l’olio di ricino, non si mandano al confino gli oppositori politici, non si promulgano leggi razziali, ma, ed è forse peggio, riuscendo ad entrare più a fondo nelle coscienze, per ottenere quel consenso, quel desiderio da parte del “popolo” che è alla base di ogni forma di potere, si crea una lenta e inesorabile modificazione del linguaggio, dei paradigmi etici e di leggi penali e costituzionali che vanno ad evitare il carcere o semplicemente l’ineleggibilità alla classe dirigente, smantellando l’indipendenza e il reciproco controllo dei poteri sovrani.

Mi è capitato di leggere, in tal senso, un volume che denuncia il potere politico italiano sempre più assoluto (da ab-solutus, sciolto-da, da tutti i vincoli e controlli) e sempre più marcio: Regime, di Peter Gomez e Marco Travaglio, edito nel 2004 da Bur. Un testo che ripercorre l’occupazione manu militari della Rai da parte dei partiti, per toglierle ogni funzione di servizio pubblico e renderla il maggior megafono possibile della casta politica, e di come Berlusconi nel 2001 abbia fatto sua questa consuetudine e portata agli estremi. Regime registra infatti le svariate epurazioni dallo schermo avvenute fra il 2001 e il 2006 in seguito ad ukase bulgari e non dell’allora Presidente del Consiglio: l’elenco è infinito e agghiacciante, e delinea il quadro di come il “regime” abbia allontanato dalla tv e dalla radio qualsiasi, per quanto piccola, voce contraria al Pensiero Unico del Padrone. Non ci sono solo gli epurati “eccellenti”, come Enzo Biagi, licenziato con una raccomandata con ricevuta di ritorno dopo 41 anni di servizio, Michele Santoro, allontanato dall’azienda senza giusta causa, e reintegrato infatti dal Tribunale o Daniele Luttazzi, proscritti con editto bulgaro “in diretta” da Sofia dall’ex premier: un capo del governo che interviene direttamente per allontanare dalla tv pubblica personaggi a lui ostili è degno dei regimi militari sudamericani, è qualcosa di sconosciuto al resto d’Europa ed è una piaga della sovranità del popolo che rende davvero duro pensare di essere in democrazia. Dopo l’uscita in Francia sulla rete televisiva nazionale del documentario Citizen Berlusconi, il premier stesso telefonò al ministro dell’Interno Raffarin chiedendogli di non farlo più trasmettere, e Raffarin, sconcertato, rispose: “In Francia la politica non interviene nei palinsesti televisivi, da noi non si usa”. Fra gli epurati ci sono anche, dicevamo, Sabina Guzzanti, Carlo Freccero, Massimo Fini, Paolo Rossi, Oliviero Beha, tutte vittime dell’invasione a tappeto dell’esercito dei berluscones difesi dai cani da guardia del padrone, da Giuliano Ferrara, a Vittorio Sgarbi, da Maurizio Belpietro all’anomalia italiana Bruno Vespa, fino a Clemente J. Mimun. Due parole su quest’ultimo personaggio: il Tg1 da lui diretto per 5 anni fu un capolavoro di censura e di televisione di regime, degno, anzi meglio, della Pravda russa di Breznev. Quando esplose il “Faziogate”, con le intercettazioni dello stesso con Fiorani, Gnutti, Consorte e Ricucci, l’edizione serale del Tg1, incredibilmente, non diede la notizia. Non è che la tagliò o relegò in fondo, non la diede proprio. In occasione della figuraccia di Berlusconi all’europarlamento mentre dava del “kapò” a Schulz, tagliò l’audio del servizio, per proteggere il premier pure da se stesso, credo. Montò ad arte un filmato dal Palazzo di Vetro dell’Onu, con Berlusconi che parlava e il pubblico che applaudiva, non a lui però, ma al precedente intervento di Kofi Annan.

Cartina di tornasole poi della qualità della democrazia in Italia fu la campagna di nervi portata addosso a Ferruccio De Bortoli, direttore del “Corriere della Sera”, il maggior quotidiano nazionale, con lettere al giornale e dichiarazioni televisive di insulti, minacce, fino all’arrivo di una miriade di querele per cause miliardarie, da parte di Berlusconi, ovviamente, Previti, Sgarbi, Ferrara, Belpietro, Feltri, Facci. Tutte accuse di essere un “partigiano comunista in combutta con le toghe rosse” per le cronache del processo Sme-Ariosto che De Bortoli fece seguire dai suoi cronisti giudiziari. Un’epurazione implacabile del direttore di una delle testate più autorevoli e conosciute del paese, un’espressione di potere modello cileno in grande stile. Un premier che indirizza la televisione pubblica e possiede già di suo tre reti televisive è un fatto inaccettabile in qualsiasi democrazia, è l’Anomalia Italiana per eccelenza, ma noi, dopo anni di bombardamento mediatico, siamo assuefatti, “abituati”, la cosa non rappresenta più un problema. Abbiamo smesso di pensarci, non ci opponiamo e dissentiamo più. Viviamo in un regime. Una forma “stupida” e vile di regime, ignorante e incapace che ha reso tutti noi ignoranti e incapaci. La miglior definizione di chi ha comandato il servizio pubblico Come Padrone Comanda la dà proprio uno degli epurati, Paolo Rossi: “Oggi si ritorna al passato, ma molto peggiorato. Molto più ottuso e scientifico. Il funzionario non arriva più, è come in Matrix. […]. Loro comunque ti raggiungono. E non lavori. Non che siano dei geni del Male, anzi. Sono dei mediocri, poco intelligenti, più realisti del re, ma dotati di un potere immenso che amministrano con brutalità per compiacere il loro egocentrico sovrano.

Cavallo di battaglia, impegno fondamentale dell’Agenda Mediatica fu “l’arte del parlar d’altro”, allontanare l’attenzione dalla crisi economica e dai processi al premier e ai suoi fedelissimi: qualcuno ha sentito da un Tg la notizia di Marcello Dell’Utri condannato in via definitiva a 9 anni di reclusione per mafia? Eppure un senatore condannato per mafia è un evento gravissimo, inaccettabile, da riempire testate e riviste per settimane. Nessuno ne ha parlato, raccontando invece con infinita perizia del pigiama della Franzoni, delle lettere di Erika e Omar e della Madonna lacrimante. Con l’attesissimo cambio di governo, non è cambiato nulla. Le serate televisive sono ancora occupate dalla bicicletta di Garlasco e dal “quarto uomo” dell’omicidio di Perugia. La proposta di una legge sul conflitto di interessi è del tutto sparita dai programmi dell’Unione, la riforma della Giustizia di Mastella è il proseguimento della linea scelta dalla CdL per indebolire la magistratura e le agende dei Tg schivano inesorabilmente il processo a Consorte che vede coinvolti D’Alema e Fassino. Paradossalmente era meglio prima: si poteva additare tutto alla mente perversa di Berlusconi, lui era il cattivo e il centrosinistra rappresentava l’alternativa per uscire dal pantano. Non c’è alternativa, è venuta meno la possibilità che nelle democrazie coincide con la libertà, garantendole. La speranza di uscire dal pantano è diventata subito un’illusione con la nomina di Mastella a Ministro della Giustizia. Sic.


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