LA SERBIA IPOTECATA
LA QUESTIONE DELLA COLPA

di Moreno Carlesso e Claudio Tonini


QUESTO MESE ABBIAMO
DISCUSSO CON UN’ESPERTA
DI FUND-RAISING
PER PROGRAMMI
DI REINTEGRAZIONE SOCIALE
ED ECONOMICA.

“Operare in un contesto come quello serbo attuale è complicato, dato che il vuoto istituzionale e l’instabilità socio-economica pregiudicano buona parte delle possibili iniziative.” Il giudizio sulla fattibilità di progetti di fund-raising non si discosta molto da considerazioni di più ampio respiro, quali quelle geopolitiche. La Serbia attuale è un paese gravato da numerose ipoteche: storiche, economiche, di politica interna ed internazionale. La nazione serba è stata storicamente percepita come la presenza egemone nel contesto balcanico, soprattutto rispetto alle amibizioni croate, slovene e dei popoli dei Balcani meridionali. La legge del contrappasso storico europea, americana e della giustizia internazionale ha invece posto ormai la Serbia tra gli sconfitti. L’esperienza jugoslava aveva celato le rigidità economiche e le difficoltà strutturali serbe fino al ratto di Milosevic alla Banca centrale federale, inconfutabile prova di una situazione macroeconomica non più gestibile. La fine della Guerra Fredda ha disvelato gli endemici problemi socio-economici e, nel contempo, ha liberato le forze centrifughe della regione dalle costrizioni sistemiche creando un rebus geopolitico: le frizioni tra Slovenia, Croazia, Serbia hanno generato un decennio di tensioni sfociate poi in conflitti armati di stampo nazionalista; su questi si è innestata la questione serbo-albanese in Kosovo, con tutto ciò che questa terra significa per la Serbia a livello storico e “mitologico”. La guerra etnica relativa ha poi generato la detonazione del problema albanese tracimato in Albania, Macedonia e, di riflesso, in Grecia e Bulgaria. Il vuoto rappresentato dalla Serbia e all’interno della stessa, dunque, rischia di continuare a tenere in vita una latente instabilità alle porte di un’Europa che, nonostante le recenti esperienze, tende a dimenticare il lato oscuro anche della politica balcanica.

Durante la guerra che ha sconvolto la Jugoslavia nei primi anni ’90 alcuni intellettuali hanno avuto il coraggio di schierarsi contro il nazionalismo e contro il folle sogno di creare zone etnicamente omogenee per dare solidità ai futuri stati. In Serbia, dove l’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti già nel 1986 aveva redatto, sotto la guida del romanziere Dobrica Cosic, un memorandum che divenne il manifesto programmatico del nazionalismo di Milosevic, questo gruppo di intellettuali fu conosciuto con il nome di “Altra Serbia”. Questi intellettuali si rifacevano a un’idea Jugoslava, senza riferimenti all’esperienza titina, ma tesa a riaffermare quell’idea di integrazione che ne era alla base. Gli appelli di questi però non evitarono la tragedia, che si prolungò in Serbia per la guerra del Kossovo che portò all’estremo l’atavico senso di accerchiamento serbo. Nel 2000 però, la protesta popolare portò al crollo del regime di Milosevic. Tutti, in un primo momento, esultarono per quella che sembrò l’arrivo di una nuova era, invece, fu proprio da questo momento che avvenne la spaccatura dell’Altra Serbia. Alcuni autori chiesero una riflessione seria e profonda riguardo agli eccidi della guerra, una collaborazione totale con il Tribunale dell’Aja, desideravano che il popolo serbo si specchiasse con il suo passato recente. Altri invece, vedendo un paese in ginocchio e temendo che l’esasperare certe fratture potesse rappresentare un colpo mortale per l’unità del paese, si schierarono con il nuovo governo che puntava a mantenere un basso profilo nella questione. Fu così che parlare di Sebrenica rimase, fino a un mese fa, un tabù. C’era persino chi arrivava a negare che fosse successo qualcosa. In Serbia anche oggi la verità storica è tenuta nascosta, la gente tende a vedere i crimini come risposte a ben maggiori provocazioni, legittimando così eccidi, assedi, stupri di massa.Gli unici dossier televisivi sulle stragi in tempo di guerra vengono trasmessi a tarda notte, i più noti criminali di guerra si muovono a piede libero e vengono talvolta innalzati a eroi da alcuni settori della società. Tutto questo avviene sotto gli occhi impotenti degli agenti internazionali dell’Aja che si scontrano contro un’omertà diffusa. Torna dunque utile l’insegnamento del filosofo tedesco Jasper, che nel dopoguerra ebbe il coraggio di analizzare lucidamente il rapporto del popolo tedesco con l’avvento al potere di Hitler e l’olocausto. L’analisi del filosofo tedesco è mirata proprio a evitare tutti i processi mentali che un popolo piegato dalla guerra e dai bombardamenti poteva facilmente trovare per fuggire dalle proprie responsabilità. Jasper divide tra quattro tipi diversi di colpa. I più importanti, per il nostro caso, sono la colpa politica, applicata da un’autorità giuridica; e quella metafisica, che non può essere collettiva ma solamente individuale e in cui l’ultima istanza non è prodotta da un tribunale, ma dalla coscienza. Nel caso Serbo l’autorità che impone il giudizio politico è il tribunale dell’Aja, visto da alcuni come braccio dell’ “imperialismo dei diritti umani” e che quindi non gode di legittimità in quanto forza esterna che si arroga il diritto di intervenire in faccende interne. I serbia la volontà di perseguire i criminali di guerra, non viene da un’istanza della società, ma è anzi avvertita come un’inutile e pericolosa ingerenza da parte di potenze straniere. È dunque fondamentale che inizi una disamina seria del problema per evitare che le ferite della guerra unite con la disinformazione, riportino la Serbia a essere schiava dei propri fantasmi, considerato anche che essa ha in sé pericolosi germi di crisi future ( vedi il Kossovo o la Vojvodina). La mia attenzione è volta alla Serbia ma ciò non vuol dire che io assuma essa come principale responsabile della guerra o degli orrori da essa prodotti, perché ad un’analisi seria della lunga agonia Jugoslava e della successiva guerra, appare evidente che nessun attore sulla scena balcanica può vantare un’anima illibata.


2 Commenti »

  1. Sono piacevolmente sorpresa che questa rubrica sia diventata un’abitudine. Anche questa volta contenuti chiari e interessanti. Il prossimo su che paese?

    Comment scritto da Lara — 7/11/2005 @ 5:17 am

  2. Interessanti questi articoli che descrivono le situazioni politiche degli stati. Anch’io sono favorevole alla pubblicazione abituale di questi articoli.

    Comment scritto da Marco — 7/12/2005 @ 6:47 am

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