INTERROGARE/09

di Carmelo Sammartino

Il grande ippopotamo dell’arte s’interroga sui processi di trasformazione delle procedure e dei linguaggi in alcune pratiche attuali. Dall’argilla al digitale, il cambiamento riguarda sia il contesto storico e sociale di questi ultimi anni sia alcune forme specifiche che l’arte ha assunto: gruppi, osservazione del territorio, soggettività politica, pratiche del dialogo che conducono ai nuovi confini di un’artisticità diffusa. In un mondo globalizzato, dove le differenze non possono essere annullate ma devono costruire un punto di partenza per nuove prospettive storiche e critiche (non in convergenza ma in apertura) può esserci ancora un progetto per l’artista? Come nota Carla Subrizi, in questa prospettiva di questioni (anche relative alla ridefinizione di una funzione per l’arte e la sua pratica) la domanda dell’arte è: “Cosa fare in una situazione di profonda trasformazione? Quali sono i rapporti tra arte e riassetto mondiale?”. Questi interrogativi sono stati il motivo di fondo di un Seminario di ricerca e formazione organizzato dalla Fondazione Baruchello (Roma). Una questione emergente, scelta tra molte altre e considerata preminente, è stata quella del rapporto tra arte, parola e linguaggio. Meritevole d’attenzione l’analisi delle forme di oralità e di dialogo in rapporto alla corporeità che Mauro Folci ha sviluppato: “…sempre più le città si stanno trasformando in laboratori multiculturali dove l’idea della comunità assume un’importanza decisiva. Del resto gli epocali flussi migratori hanno determinato un radicale ripensamento del concetto stesso di identità che sta alla base della cultura occidentale eurocentrica e imposto come figura emblematica della condizione tardo moderna la ‘fluidità’ del nomade. Intorno al clandestino si è andato formando un nuovo lessico che parla di diritto di cittadinanza, di reddito garantito, di multilinguismo, di memoria storica collettiva e ha preso corpo una nuova grammatica della moltitudine. Gli argomenti che s’intrecciano sono relativi agli spazi interstiziali della città e alla narrazione, agli outlet e al linguaggio deviato, al bar dell’Esquilino e alla chiacchiera, in una commistione tra storia scritta e leggende metropolitane, tra storia quotidiana e mitologica, tra storie di eroi popolari ma anche storie che raccontano dello sradicamento culturale ed identitario, della difficoltà a condividere luoghi e diritti”. Nel prossimo mese di ottobre seguirà un Convegno conclusivo su arte e politica e sui temi posti dal Seminario di questa estate (www.fondazionebaruchello.com). Ciò che sarà da individuare è il passaggio dall’arte che mette in atto quel che è già costruito ad un’arte che costruisce se stessa e la sua funzione. Perché “pensare è accogliere ciò che avviene secondo la sua singolarità. E’ aprire all’a-venire. L’opera d’arte non fa nient’altro. Venendo al mondo essa rende presente un gioco di colori – o di suoni o di parole – che fino a quel momento era inimmaginabile” (J.F. Lyotard in L’inhumain).


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