DI SILLABA E DI RIMA
Di sillaba e di rima
di Vanna Mignoli, Manni Editore, 10 euro
Come si fa a vincere il Premio Biella come miglior opera prima e a starsene in silenzio per vent’anni, prima di trovare il guizzo giusto per pubblicare qualcos’altro? Succede se, in tutto quel tempo, si è cercato il bandolo del vero, se ci si è impegnati a vivere a fondo pur senza avere contatti diretti col sublime, se si è continuato a scrivere, scarnare, ridurre nel tentativo di arrivare al cuore delle cose o perlomeno ad intuirne dei brandelli. È possibile che una poetessa come Vanna Mignoli sia stata in silenzio tanto a lungo? Che abbia vissuto con convinzione la vita di insegnante nella provincia mantovana? Pare di sì. I dubbi sono venuti a galla dopo aver letto Di sillaba e di rima, seconda raccolta della poetessa con presentazione di Mario Artioli e postfazione appassionata di Giorgio Barberi Squarotti (traduzione: il più grande critico letterario italiano vivente). Piccoli magnifici quadri di primo sapore intimista. Sì può accettare, dunque, di vivere la quotidianità con la consapevolezza di un dono tanto grande? Ci affidiamo alla lettura delle liriche. Metri netti, procedimento per antifrasi ed essenzialità. Si sente l’eco di Caproni, dell’ultimo meraviglioso Montale, dal registro colloquiale e dal tono del diario d’arte, di Emily Dickinson – la prima raccolta della Mignoli si intitolava Mi chiusero nel freddo, un omaggio diretto proprio alla Dickinson –. Nelle quattro sezioni del libro si snoda la vicenda di un’anima che non vuole insegnare la via, solo raccontare, al di là dei giochi del moderno e delle minuzie stilistiche, (il titolo è, in questo senso, fuorviante sebbene tutti i componimenti siano di un nitore formale sconcertante, soprattutto per quanto concerne la gestione del ritmo del verso, le cesure, le pause, l’uso parziale della punteggiatura…) la propria strada, il proprio cammino costellato dai punti di luce della scrittura. Una scrittura che si prende l’onere di essere la zona franca minima, affannosamente ricavata, di libertà dell’anima, di essere il luogo precario della libertà possibile, anche a confronto delle continue, e gravose, brutture del mondo: “La poesia non serve a nessuno-/(ma)…/se riesco a raccontarlo in metri/sembra giusto- e possibile/se no resta incredibile”. La piccola storia diventa subito universale. come il sentirsi fuori luogo. “Sono nata troppo presto/o troppo tardi- non so/ certo è che/non era il tempo- non il mio…./…l’abito era…/…inadatto/al mio corpo magro”. Il percorso a questo punto si chiarisce. Scrive Barberi Squarotti che il discorso poetico della Mignoli è quello più adatto alla nostra epoca perduta, disseminata di paura e morte. Probabile che sia così. Del resto non pare proprio il tempo di grandi proclami. A battaglia finita siamo “sospesi sopra un filo/cerchiamo di tenerci in equilibrio/prima che un passo maldestro/trasformi l’applauso in ludibrio-”. Magnifico.
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