OLD BOY

di Ilaria Feole

Un uomo si sveglia in una stanza; non sa dove si trova, non sa come c’è arrivato, soprattutto non sa che vi resterà recluso per i successivi 15 anni. I suoi ignoti carcerieri lo nutrono, lo addormentano utilizzando il gas, gli impediscono di portare a termine ogni tentativo di suicidio. Non vede nessuno, non gli vengono fornite spiegazioni per la sua reclusione, il suo unico contatto col mondo è attraverso la televisione, dalla quale apprende che sua moglie è stata assassinata e che lui è ritenuto colpevole. Questo è lo scioccante inizio di Old Boy, quinto film del quarantenne regista coreano Chan-Wook Park, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2004 (presidente della giuria era Q. Tarantino). Solo l’inizio appunto, perché il vero film nasce appena il protagonista Dae-Su mette piede fuori dalla sua prigione e comincia la dolorosa ricerca del senso di ciò che gli è accaduto. Chan-Wook Park racconta di aver scelto la carriera di regista quando, neolaureato in filosofia, gli capitò di vedere La donna che visse due volte di A. Hitchcock; forse non è un caso che Old boy tratti proprio di un uomo che, senza morire, vive letteralmente due vite. Il Dae-Su che ritorna nel mondo dopo il quindicennio di prigionia non è più quello che era: la sua vita “normale” è finita quando è stato segregato, ma una vera morte gli è stata negata; condannato a vivere, ha trascorso tutto quel tempo allenando corpo e spirito per la vendetta e assorbendo ogni genere di informazione attraverso l’apparecchio televisivo. Per non impazzire si è aggrappato con disperata lucidità all’idea di vendicarsi ed è pronto a farlo quando il suo carceriere, l’ambiguo e spietato Woo-Jin, senza alcuna spiegazione lo lascia libero ed esce allo scoperto, manifestando l’intenzione di distruggere sistematicamente la sua vita per vendicarsi di un misterioso torto subito in passato; da quel momento Dae-Su è scaraventato in un labirinto di rivelazioni e false verità, di nuovo prigioniero, senza saperlo, della realtà fittizia che Woo-Jin ha creato per disorientarlo e guidarlo dove vuole (di nuovo un’assonanza con Hitchcock; anche là il personaggio di James Stewart era vittima di una messinscena che lo trascinava in un’ossessione senza pace). Non più avvezzo ad alcun rapporto umano, Dae-Su cede alla disarmante ingenuità della giovane cuoca Mido, che lo assiste nella frenetica ricerca del motivo che ha scatenato contro di lui la vendetta di Woo-Jin. Da qui in poi il film vira sui toni sanguigni ed eccessivi del melodramma; i protagonisti agiscono mossi da passioni estreme e voraci, in un susseguirsi di momenti di violenza fisica e psicologica fortissimi e destabilizzanti, fino a giungere alla scioccante rivelazione del finale, di una portata emotiva quasi insostenibile. Il dono di Chan-Wook Park è di saper trattare (con una regia che passa con disinvoltura dalla disperazione all’ironia) la materia incandescente e “tabù” della sua opera in modo tale che tutto ciò che dovrebbe suscitare sconcerto e repulsione risulta irresistibilmente coinvolgente ed emozionante; Old boy è dolore che cola dallo schermo fin dentro gli occhi dello spettatore senza scampo. Sia Dae-Su sia Woo-Jin sono ingabbiati senza via d’uscita nel proprio desiderio di vendetta, sentimento tanto umano quanto disumanizzante ed implacabile; l’autore porta i suoi personaggi fino alle estreme conseguenze, oltre al punto in cui la vendetta ha più senso e più valore della vita stessa.


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