TRENT’ANNI DI CASTIUNES

di Leonardo Tonini

Quando il passato ritorna non è sempre un male, ci sono anche dei semi buoni che danno frutti dopo molto tempo e per molto tempo. Così è successo per la compagnia di prosa dei Castiunes che quest’anno festeggia il trentennale della sua fondazione con uno spettacolo, una mostra e un libro. Come spiega Giancarlo Mattioli nella buona introduzione a Commedianti… per gioco (c’è una prefazione di Piero Mozzarella, ma se mancava non faceva danni e cosi la nota dell’assessore Cheli), esisteva, tra le due guerre una prima compagnia di prosa in dialetto che era rimasta poi sepolta nell’inconscio collettivo per 20 anni. O meglio, se ne è tramandato oralmente il ricordo finché, nel 1974, Remo Ferlenga (testimone della vecchia epopea) con Remo Mattioli e uno stretto manipolo di giovani e meno giovani, si lanciano nell’impresa di far ripartire il teatro dialettale a Castiglione. Ora quasi ogni paese ha la sua compagni di prosa in dialetto (a Castiglione due: c’è anche a Gozzolina), ma allora erano poche in Italia. Quindi l’intuizione, l’azzardo, era più che buono. Prova ne è che il progetto si è sostenuto solo con i ricavi degli spettacoli per 30 anni. Ma c’è di più. Grazie a questa compagnia di persone che si dedicano al teatro nel tempo libero (e di tempo libero la gente normale ne ha poco) si è restaurato il Supercinema, allora ridotto a pollaio. Sull’onda poi del successo ottenuto, qualche anno più tardi è partita l’iniziativa che ha portato al restauro del Teatro Sociale che, proprio per questo ha avuto tra le opere inaugurali una recita dei Castiunes. Infatti nessuno all’inizio pensava a un così grande successo di pubblico, una media di 2000 spettatori paganti ogni anno, più del 10% degli abitanti del paese. Ora il libro, scritto in collaborazione con Massimo Lusenti, racconta la storia di questi trent’anni attraverso le rappresentazioni ed è un prodotto di tutto rispetto perché contiene moltissime foto degli spettacoli e un antologia di brani, le parti salienti, in dialetto e tradotti in lingua. Si insiste sulla non professionalità degli attori nel libro ed è piacevole che non si diano arie, ma possono andare orgogliosi di quello che sono riusciti a fare. Anche il popolare, quando non è viziato da intenti e strumentalizzazioni, è un’ottima cosa. Nei testi, che in ogni caso si rifanno a Moliere e a Feydeau nella maggior parte dei casi, si fa spesso riferimento alla realtà locale e questo non è un difetto per un teatro che usa il mezzo del vernacolo. L’unica cosa che, a mio parere, andrebbe corretta è l’eccesso di enfasi, sia nei testi e, specialmente nella recitazione (la cantilena che fa del castiglionese un quasi bresciano). E sottolineo questo non per spirito polemico che sarebbe, in un contesto non professionista e nostrano, sterile, ma perché credo che il lavoro dei Castiunes sia effettivamente positivo. E quindi anche il richiamo a testi importanti e la ricerca sulla lingua (intesa come dizione e non solo come scrittura – curata nel libro dal professor Pier Vittorio Rossi), debba essere svolto con la massima cura. Solo così non si rischierà di scadere nel paesano, vera morte del teatro dialettale.


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