CINDARELLA MAN
Così come non si spezza James Braddock, il protagonista di questa storia. Una storia commovente e sincera sporcata da un po di retorica prelibatamente americana, riguardante la gloria sfiorata, la perdita di tutto e la rivincita. Strutturalmente il film non è niente a parte questo, il che ne fa una bistecca vecchia ed abbondamente masticata. Nonostante la totale mancanza di originalità, Cinderella Man è però davvero un bel film, merce rara ultimamente sotto i riflettori hollywoodiani. Il regista Ron Howard scommette di nuovo su Russel Crowe, dopo il fortunatissimo A beautiful mind, e il risultato si vede; l’attore è davvero bravo ad interpretare una parte non facile: molto fisica in alcuni momenti, molto “mentale” in altri. Questo è, secondo me, una delle forze del film. Il dualismo rude-pugile-scaricatore di porto e dolce-padre di famiglia è, infatti, molto interessante e stride quanto basta per sfaccettare e rendere affascinante la figura di James Braddock. Lo stile di regia non è sobrio o realista alla Million dollar baby; esso è spaccato ad esempio da immagini stranianti e molto pretenziose stile “super otto”, usate per i pensieri dei personaggi, da una breve radiografia delle costole di Braddock al momento della rottura e da prolungati rallenty. E’ un dovere ricordare chi questi effetti li ha talvolta inventati, li ha usati e li usa tuttora davvero bene; come non pensare, a questo proposito, alla grande generazione dei registi degli anni settanta-ottanta? Scorsese e De Palma per dirne due, che inventavano il cinema come un meccanismo complicato e perfetto, dove innaturali effetti di montaggio o di ripresa non appesantivano l’immagine, o almeno lo facevano quanto bastava, senza mai oltrepassare la linea del cattivo gusto. Quello che creavano era un cinema sotto certi aspetti davvero nuovo; si prendano come esempi capolavori come Toro Scatenato (per altro sul tema boxer) dove in certe riprese, per dare il senso d’instabilità vi erano delle fiamme sotto il quadro della cinepresa che rendevano l’immagine leggermente fluttuante, o Gli Intoccabili, con quel infinito e stupendo rallenty nella scena della stazione.Come detto, comuque, Cinderella Man è recitato davvero bene, anche dai personaggi di seconda linea come Paul Giamatti, che sulla pellicola è allenatore e procuratore di Braddock. Espressivo e malinconico, nevrotico e preciso, già protagonista del premiato e bruttino Sideways e, a mio parere, molto più a suo agio sul ring di Howard che ubriaco su banconi di bar. Nota dolente una Renée Zellweger stile Monica Bellucci (beh, mi riservo di dire che forse questo paragone è esagerato), inespressiva ed inopportuna quanto basta, interprete di un ruolo apparentemente facile modello mogliettina-preoccupata, ma cucito probabilmente non senza colpe dal regista: troppo jettatrice e rompipalle! Magnifiche alcune scene come l’ultimo combattimento tra Braddock e Max Baer (Craig Bierko; un attore “nato per uccidere”, che in questa parte riesce davvero a spaventare!) che mi ha incollato sulle poltrona e tumefatto come se stessi prendendo anch’io i pugni; oppure come la scelta molto interessante che affida a controcampi saltellanti, da un angolo all’altro del ring durante i time-out, le voci e le sensazioni di un pugile verso l’altro. Un particolare “colpo d’occhio” sul corpo “dell’altro”, che i due scrutano curiosamente e ossessivamente. Ben fatta è anche la cornice della povertà americana negli anni della depressione, vera protagonista ed ispiratrice nella “favola” di Ron Howard: “La cenerentola della boxe”.
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