L’ODIO
IL FILM GIRATO OGGI
In realtà La Haine è stato girato nel 1995 e questo fatto risulta sconvolgente visto ciò di cui si parla e il modo in cui è trattato. In relazione agli avvenimenti francesi di violenza di quest’ultimo mese pare infatti davvero un film realizzato in questi giorni; periferia parigina, una violenza ingiustificata da parte della polizia che ha costretto in coma un ragazzo di provenienza magrebina, roghi e violenze. I titoli di testa sono intervallati sopra immagini di telegiornale che riprendono le lotte nella notte tra la polizia e i giovani della periferia. Sono i Banlieusards, gli abitanti della Banlieu, la parola che, dopo le settimane di scontri e la relativa attenzione dei media, è stata adottata ormai da tutti i paesi d’Europa. Termine che, letteralmente, vuol dire borgata, che si riferisce alla periferia appena fuori dalle luci della città, dalla società bene, dalla imperturbabilità dei centri cittadini e da quell’immagine di modello francese multietnico perfetto a cui molti stati d’Europa fanno spesso riferimento. Vinz (Vincent Cassel), Hubert (Hubert Koundé) e Said (Said Taghmaoui) camminano per una giornata intera attraverso i casermoni senza finestre, per le larghe strade, in quel mondo di cemento, anfiteatro delle giornate senza meta, senza motivo. Si spostano poi a Parigi dove, infiltrati a un banchetto borghese e allontanati, vengono liquidati con la frase: ”il malessere della periferia”. Un malessere, pare proprio dire il regista Matthieu Kassovitz, che da molto tempo è presente nelle periferie; un disagio, quello dei Banlieusards, che non aspetta altro che esplodere, come una bomba a orologeria, come accennato dal ridondante ticchettìo durante il film. Il resto del nodo narrativo è poco, ciò che tiene banco sono i dialoghi in linguaggio da strada, lo stesso slang che si trova in quell’hip hop parigino, marsigliese, lionese che da almeno un paio di decenni racconta la non-vita dei ghetti francesi e l’incentivo ad alzare la voce contro le ingiustizie della repubblica. Il film, girato in un bianco e nero splendido che non fa altro che aumentare a dismisura la sensazione di asetticità dell’ambiente, riflette, come il titolo lo suggerisce, sul concetto di odio… La rabbia, e poi la violenza, non sono causate prettamente dalla polizia; è la vita stessa della periferia che ripudia l’individuo, che lo nasconde nelle pieghe dell’apparenza moderno-occidentale mimetizzando la sua volontà, svuotandolo del proprio ego. Nella mia visita a Parigi un mese prima dell’inizio degli scontri, chiesi al proprietario di un bar del centro, se come a me sembrava, l’integrazione funzionasse veramente. In fondo vedevo negozi gestiti da arabi e asiatici e quasi mi commuovevo quando davanti a me sedeva una ragazza bianca che lavorava da baby-sitter per una famiglia nera. Beh, quell’uomo, sospirando, semplicemente mi rispose: “nous prenons tout le monde”. É il modello universalista repubblicano francese: l’apertura praticamente senza veti a qualunque individuo esterno. Ottobre ha rappresentato il fallimento totale e senza riserve di questo e, insieme, dei cardini sui quali l’intera società francese si fonda. Permettere a tutti, indistintamente, di essere francesi senza mai, in fondo, poterlo diventare. L’Odio è uno dei casi in cui l’arte, l’artista, prova a dare un’avvisaglia di un pericolo imminente; l’intellettuale alla maniera pasoliniana, colui che carpisce il seitgeist, lo spirito del tempo, e con esso quindi le sue contraddizioni, le lacune di una democrazia solo apparente. “É la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete, per farsi coraggio: fino a qui tutto bene… fino a qui tutto bene… fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.
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