Wim Wenders
Jim Jarmusch
Partire. Viaggiare a ritroso nel proprio passato. Cercare un figlio mai conosciuto. Ritrovare le donne amate e abbandonate. E’ ciò che fanno i protagonisti di due pellicole apparse sui nostri schermi a poche settimane di distanza: Non bussare alla mia porta di Wim Wenders e Broken flowers di Jim Jarmusch. Due film indipendenti e diversi tra loro, che però rappresentano due variazioni sullo stesso tema: il viaggio (on the road, ma anche e soprattutto interiore) intrapreso da un Don Giovanni appassito ma impenitente per rintracciare un figlio che ha appena scoperto di avere. Nel film di Wenders il protagonista è un consumato attore di film western (Sam Shepard) che abbandona il set e viaggia attraverso mezza America per tornare da una vecchia fiamma (Jessica Lange) e dal figlio di cui ignorava l’esistenza, un musicista ventenne pieno di rabbia. Jarmusch dipinge invece il ritratto di un playboy cinico e impassibile (un impagabile Bill Murray), che riceve la lettera anonima di una sua ex, con la confessione di aver avuto un figlio da lui 19 anni prima. E anche lui parte, per passare in rassegna le sue amanti, portando ad ognuna un mazzo di fiori rosa. Entrambi tornano a casa “a mani vuote”; senza l’ombra di una certezza sul passato e senza progetti per il futuro, ma con la scoperta, scomoda e al tempo stesso confortante, di essere stati importanti per qualcuno. Le coincidenze iniziano già dal titolo: sebbene in entrambi i film il protagonista sia un uomo, i registi hanno scelto due titoli dalla parte delle donne; Non bussare alla mia porta è la frase che Jessica Lange rivolge all’amante riapparso dopo tanti anni, è l’invito a non tentare di ricucire una ferita troppo profonda; la stessa ferita che ha reso le donne di Bill Murray dei fiori infranti, broken flowers appunto. Come se i registi ci volessero dare un indizio: i film raccontano, è vero, l’esperienza di un uomo che si scopre padre suo malgrado, ma la storia vera è quella che sta dietro, quella della donna che ha lasciato e del figlio che non ha cresciuto. Non a caso, sono le donne a portare avanti l’azione, seppure indirettamente; i protagonisti si lasciano piuttosto trasportare dagli eventi, incapaci fino all’ultimo di fare una vera scelta e di raddrizzare la loro esistenza malandata e priva di legami. Anche la colonna sonora rispecchia la loro inerzia: non scelgono che musica ascoltare, è qualcun altro a farlo; in Non bussare alla mia porta il figlio ritrovato è un cantautore, e compone una canzone estemporanea per il padre amato e odiato; in Broken flowers il viaggio è scandito dalla compilation masterizzata per l’occasione da un affettuoso e un po’ ossessivo vicino di casa. Due film che scorrono paralleli, dunque, malinconici e insondabili come le strade americane battute dai due padri senza figli. Con più di una differenza: Jarmusch, da sempre regista dell’incomunicabilità, dei silenzi e delle sfumature catturate nella macchina da presa, lascia che il suo protagonista scivoli sullo schermo e nelle vite delle sue ex con leggerezza, presenza effimera, quasi imponderabile, fantasma tenue quanto i fiori rosa che regala. Wenders spinge il suo sguardo più a fondo, dentro il rimpianto di una paternità mancata e il dolore di un ragazzo senza padre. Il suo protagonista lascia un segno, anche se non sempre volontariamente, in chi lo (ri)trova, spettatore compreso.
Commenti »
Ancora nessun commento
feed RSS per i commenti a questo articolo.
Lascia un commento
Attenzione: i commenti compariranno sul sito previa approvazione del moderatore
Righe e paragrafi vanno a capo automaticamente, l’indirizzo e-mail non viene mostrato, HTML è permesso: <a href="" title="" rel=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <code> <em> <i> <strike> <strong>