FIGLIO REALE E FIGLIO IDEALE

di Cledis Pasqualini

Un figlio non viene solo cresciuto, quindi accudito, protetto ed educato, ma viene anche pensato e immaginato. Già durante la gravidanza i genitori cominciano il rapporto con lui quando investono questa presenza invisibile di fantasie e aspettative. E anche dopo quando il bambino c’è reale e concreto, essi sovrappongono al bambino in carne ed ossa un bambino creato nella mente. Durante l’infanzia il bambino reale e il bambino immaginato possono coesistere senza particolari frizioni. L’identificazione con gli adulti di riferimento da parte del figlio e l’empatia dei genitori verso i suoi bisogni infantili permettono un equilibrio. Con l’adolescenza tutto cambia. Il ragazzo cerca la definizione di “come sono io”; il “come mi vuoi tu” se avvertito come un limite alla libertà personale e ricerca dell’identità di sé porta solo ribellione, o ancora peggio, a una rinuncia del proprio vero sé per paura di perdere l’affetto dei genitori se non si risponde alle loro aspettative. L’adolescenza è quel periodo più o meno lungo dell’esistenza di transizione tra l’età infantile e quella adulta che porta a compimento lo sviluppo evolutivo. Se è vero che l’adolescente si trova ad affrontare una serie di microlutti e delusioni rispetto alle rappresentazioni e legami infantili, è altrettanto vero che anche i genitori devono potersi differenziare e abbandonare il loro stesso “prodotto-figlio”, rinunciare all’immagine ed al progetto che hanno consapevolmente o meno costruito su di lui; devono poterlo disinvestire come oggetto proprio per poterlo reinvestire come oggetto diverso da sé. È il processo di separazione-individuazione che riguarda in pari misura sia l’adolescente che la famiglia anche se con modalità emotive e comportamentali diverse. “Mio figlio, dove ha la testa?” “Mio padre non mi capisce, non sa niente di me”. Spesso genitori e figli esprimono così la loro simmetrica difficoltà a capirsi. Negli ultimi anni la tendenza a sentire l’altro come estraneo è dovuta anche a una maggiore distanza generazionale e a un maggior numero di canali informativi e modelli di riferimento oltre la famiglia. I ragazzi non vedono la vita degli adulti accattivante e stimolante ma piena di ruoli che hanno perso la loro credibilità. C’è una gran fatica da parte dei figli a identificarsi con i padri, anche forse più assenti. Certo sono numerosi i fattori che hanno determinato questa difficoltà comunicativa ma personalmente ritengo che grande responsabilità spetta agli adulti: sono loro che decidono nella famiglia, nella scuola, nel vivere sociale. I ragazzi si trovano, se si trovano, in una famiglia in crisi o in una istituzione scolastica in crisi. Si specchiano, se si specchiano, con adulti poco entusiasti, più in contatto col figlio ideale che con quello reale, indecisi o totalmente incapaci di porre limiti. Quel che i genitori possono fare e che spesso fanno è proprio lasciar perdere il figlio che piacerebbe loro e rispettare quello che il figlio è. Non sono forse queste le basi più potenti per dare sicurezza e fiducia in sé? Per esserci rispettando la propria individualità?


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