PSICHIATRI NAZISTI

di Leonardo Tonini

C’è un libro di Luigi Benevelli che vale tutti i 10 euro del prezzo di copertina. Parla della campagna di Hitler per l’eliminazione dei pazienti psichiatrici e dei disabili psichici ritenuti incurabili. Il libro non ha il difetto di certi libri storici che si perdono nei documenti, negli esempi e nelle testimonianze fino a diventare troppo massicci ed escludere così la diffusione che meritano certe studi. Eppure la ricerca di Benevelli non rinuncia alla scientificità, alla correttezza e alla documentazione, ma tutto in 99 pagine sostenute da un’ottima e chiara prosa. Ho letto il libro d’un fiato, come un romanzo, e me ne sono rimasto a riflettere su quanto avevo appreso. L’autore non indugia in particolari scabrosi, non è un guardone in cerca di un effetto clamoroso, solo ci invita a riflettere sui meccanismi, sulla teoria che ha sostenuto certe azioni e sul momento che dalle idee si è passati ai fatti. La frase in fine all’introduzione è rivelatrice dello spirito che anima il libro: “Che l’internamento manicomiale abbia fine in tutto il mondo”, è la frase di qualcuno che prende una posizione, che scrive nero su bianco quello che vuole, che definisce la sua posizione prima di incominciare a parlare. Salta così ogni intento celebrativo o retorico che tanto ci ha stancato e tanto adombra qualsiasi puro intento di denunciare il male. Ma veniamo ai fatti. Dal 1939 il governo nazista condusse una campagna per la soppressione dei pazienti psichiatrici e dei disabili psichici ritenuti incurabili. L’operazione Aktion T4, che costò la vita a migliaia di persone, si avvalse della consulenza di 40 psichiatri i quali, senza avere personalmente visitato i pazienti o letto le loro schede mediche, selezionavano i destinati alla camera a gas unicamente in base a questionari redati dagli zelanti medici delle strutture ospedaliere. Essendo pagati a cottimo, dice il libro di Benevelli, esaminavano pile di dossier a tempo di record e in pochi minuti decidevano della vita o della morte di un paziente. I selezionati venivano prelevati dai vari istituti, caricati su un pullman dai vetri oscurati e portati nel luogo prescelto. Questo primo programma fu sospeso nel 41 per la ferma opposizioni di ambienti cattolici e protestanti, tra cui si ricorda quella del cardinale van Galen. Ma niente venne interrotto, semplicemente il programma fu tolto ai medici e fu portato avanti dalle SS con il nome del modulo utilizzato per le selezioni dei pazienti, 14f13. Gli stessi medici non rimasero senza lavoro, ma alcuni di loro divennero i primi comandanti dei campi di Belzec, Sobibor e Treblinka. Tutto questo è potuto avvenire su un terreno preparato a lungo dove la paura dell’estinzione della razza germanica (inquinata dalla presenza di subumani visti come virus che attaccano un organismo sano) era il primo argomento della demagogia nazista. Il libro, da qui in poi, ricerca i motivi e le cause di come sia potuto avvenire tutto questo e spiega il contesto sociale e le pulsioni profonde che hanno mosso il popolo tedesco e i medici verso tanto orrore. Inoltre, si spinge a indagare nel dopo nazismo, di quale cioè sia stata l’eredità di quella ideologia e di come molti pregiudizi siano vivi anche oggi. Il libro si conclude, però, con una nota di speranza: nell’ultimo capitolo viene raccontato lo sforzo per uscire da questa mentalità, la crescita della considerazione del paziente psichiatrico e i risultati ottenuti in campo internazionale per liberarsi da certi limitazioni che tutti noi, chi più chi meno, prova nei confronti di una persona più sfortunata. Gli psichiatri, conclude Benevelli, vanno preparati ad agire come difensori dei loro pazienti e a contestare pubblicamente le politiche e gli orientamenti che aumentano lo svantaggio e lo stigma.


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