I LIBRI DELLA CIVETTA
DIARIO DI UN GATTO CON GLI STIVALI
di Roberto Vecchioni
Einaudi
euro 14,50
Le favole sono alibi, e gli alibi generano altre favole. Così Roberto Vecchioni ci introduce alla sua raccolta di favole “rivisitate”, proponendosi come uno spregiudicato contastorie (Il contastorie è anche il titolo del suo ultimo album) pronto a guidarci nel labirinto di inganni e demistificazioni che è per lui il mondo delle favole. Il presupposto del libro è che le favole siano nate come alibi, per dare versioni alterate di fatti realmente accaduti, per coprire delitti o semplicemente per noia… potrebbe sembrare solo un gioco, che si diverte a rovesciare gli stereotipi mostrandoci un gatto con gli stivali scurrile e opportunista e una piccola fiammiferaia che diventa kamikaze, ma l’operazione di Vecchioni va più in profondità. Come afferma nel prologo, Vecchioni vuole applicare alle favole il “senso del dubbio” che usa solitamente nelle sue canzoni; ed è proprio questa una delle chiavi di lettura della raccolta. Il cantautore infatti insinua il dubbio sotto la superficie patinata e schematica delle favole, le scuote dall’interno portando i personaggi a un livello di consapevolezza degno degli eroi della letteratura moderna; non più figurine bidimenionali ma personaggi novecenteschi, dalla personalità complessa e lacerata, con lo sguardo disilluso e a volte cinico. Sono orchi e principesse dalle psicologie tormentate, che affrontano dilemmi esistenziali e sdoppiamenti della personalità (bellissimi i racconti dedicati a Pollicino e alla strega di Biancaneve), o più semplicemente il mal di vivere che affligge la loro esistenza quotidiana (nemmeno il brutto anatroccolo riesce a sfuggirgli). Oppure si ribellano al determinismo delle loro vicende già scritte e smontano in modo dissacrante le grottesche invenzioni degli autori, pretendendo di riscrivere (letteralmente) il proprio destino; Vecchioni chiama in causa anche i più celebri scrittori di favole (Perrault, i fratelli Grimm), che si vedono costretti a fornire versioni alternative dei loro maldestri finali di fronte all’insurrezione dei personaggi. Realtà e finzione si intersecano senza sosta, in universi in cui ogni personaggio ha già letto le favole di cui è protagonista, e proprio da ciò deriva la sua insoddisfazione: come Don Chisciotte e Emma Bovary, principi e streghe soffrono perché la loro vita non è piena e appagante come “quella dei libri”. La prima parte del libro è formata da tredici racconti che toccano tutti i registri, dal comico (esilarante il Gatto con gli stivali) al drammatico (tenero e straziante quello, brevissimo, dedicato ad Andersen e alla genesi della Sirenetta). Meno riuscita la seconda parte del volume, che comprende un solo lungo racconto, Il mistero del giardino di Cenerentola; una “detective story” che omaggia la tradizione della commedia dell’arte e le trame delle commedie degli equivoci greche e latine, per poi risolversi in un finale da mélo: uno sfoggio di cultura letteraria che si traduce però in un innocuo e poco coinvolgente divertissement, ma privo delle trovate geniali e spiazzanti degli altri racconti.
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