L’AMICO DI FAMIGLIA

di Ilaria Feole

“Rubano tutti. E tutti sono infelici”. Potrebbe essere la sintesi del terzo lungometraggio di Paolo Sorrentino, questa battuta folgorante che il regista fa pronunciare all’anziana madre del protagonista. L’amico di famiglia è Geremia de Geremei, un usuraio che ama farsi chiamare “Cuore d’oro”, perché considera i suoi prestiti un atto di generosità e s’insinua nella vita delle famiglie sottoposte al suo strozzinaggio come fosse uno di casa. “È umano”, dicono tutti di lui, perché non usa metodi violenti; ma di umano Geremia ha ben poco, o forse troppo… è viscido, sporco, brutto, sgraziato, insensibile, pronto a negare anche un cioccolatino a un bimbo, pur di soddisfare la sua golosità… un mostro. Mostruosamente umano. Dopo i personaggi imperfetti ma positivi che Sorrentino aveva ritratto nei suoi precedenti film (L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore), uomini soli nella loro quieta disperazione, ora ne dipinge uno totalmente negativo, ma altrettanto solo. E riesce nel compito arduo di far provare allo spettatore un sentimento di repulsione mista a profonda empatia; il fascino di Geremia è innegabile, la sua vita miserabile passata ad accumulare soldi mai spesi (la sua casa è fatiscente e accudisce lui la madre malata e costretta a letto), la sua grettezza e la sua avidità ci ripugnano, ma ne siamo attratti magneticamente e ci stupiamo scoprendo di stare, in fondo, dalla sua parte, di fare il tifo per lui in un mondo (che si estende ben oltre la cittadina dell’Agro Pontino in cui svolge la vicenda) popolato di persone superficiali e votate all’esteriorità. Perché se le si guarda da vicino, le “vittime” di Geremia non sono migliori di lui: i soldi servono a rendere un matrimonio più sfarzoso, a migliorare il proprio corpo con la chirurgia plastica, ad acquistare un titolo nobiliare… ognuno dei personaggi si aggrappa a un’esteriorità fasulla per sopportare il vuoto della propria anima (il personaggio di Bentivoglio alla sua ossessione per la cultura country; la Chiatti al suo titolo di Miss Agro Pontino e alla sua consapevole bellezza). Geremia invece in quel vuoto ci sguazza, ne è il sovrano incontrastato (Sorrentino ce lo suggerisce visivamente inquadrando il protagonista in campi lunghi mentre si aggira tra le architetture aride, piene di vuoti, di stampo fascista); la sua immoralità e la sua bruttezza fisica non hanno bisogno di maschere o di lifting. Proprio per questo non si lascia abbattere neanche di fronte al disastro, resta attaccato saldamente alla vita come una zecca, perché non conosce il proprio limite e non ha bisogno di approvazione. Sorrentino dà la conferma definitiva del suo talento con quest’opera a metà tra il melodramma e la commedia, volutamente barocca e a tratti febbrile, diretta con mano felice, sceneggiata con intelligenza e accompagnata dalla colonna sonora più bella del cinema italiano degli ultimi anni. Su tutto domina Giacomo Rizzo, attore napoletano di fama consolidata nell’ambiente teatrale ma al cinema relegato spesso a macchietta nelle commedie scollacciate; qui offre un’interpretazione eccezionale, mostruosa e indimenticabile quanto il personaggio cui dà vita. Non da meno, in un ruolo secondario ma essenziale, un Fabrizio Bentivoglio mai così malinconico e misurato. Secondo chi scrive, il miglior film dell’anno, auspicando che il pubblico gli dia l’attenzione che merita, e (non) si spaventi di vedere un pezzo di sé negli occhi di Geremia Cuore d’oro. Rubiamo tutti, e tutti siamo infelici…


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