A PROPOSITO DI CASTIGLIONE ALEGRE
Vorrei proporre alcune riflessioni a margine di Castiglione Alegre, il laboratorio di democrazia partecipativa proposto da Claudio Morselli. Dopo la riunione di presentazione sono molte le cose che sono state scritte e dette. Vorrei dunque soffermarmi su alcune di queste e, soprattutto, commentare certe posizioni emerse quella sera e nei giorni a venire. La buona presenza di pubblico (anime diverse) mi induce a dar peso ad ogni singola parola pronunciata perché credo, da sempre, nella responsabilità delle parole pronunciate e non in quelle fatte dire, o che si spera siano state dette, per poi potersi pulire con semplicità la coscienza. Nell’editoriale del mese scorso Claudio riassume il progetto: Castiglione Alegre “si pone fuori dai partiti tradizionali, per rinnovare la politica su basi partecipative e per realizzare obiettivi di salvaguardia ambientale, di equità sociale e di miglioramento della qualità della vita”. Nella sua rubrica, inoltre, scrive: “Castiglione Alegre, il nuovo soggetto politico locale che si sta organizzando a Castiglione delle Stiviere e che, richiamandosi alle tematiche globali di carattere ambientale e sociale, prefigura un’alternativa nonviolenta all’attuale modello di società”. Credo che le parole di Claudio siano inequivocabili: Castiglione Alegre è un soggetto politico, e di questo dobbiamo discutere per capire di cosa stiamo parlando. Qui casca l’asino, come si dice in gergo, perché alla presentazione qualcuno si è burlato, spesso, volentieri e in modo fastidioso (sia esteticamente sia civilmente parlando) di chi poneva sul piano della politica questo progetto.
Il dramma della Seconda Repubblica è di aver allontanato i cittadini dalla politica. Ben inteso (e solo per esigenze di spazio) non è questa la sola causa, si vedano le riflessioni di Pasolini e i film di Risi, lì c’è tutto per capire cosa stava succedendo e cosa (purtroppo) è successo dagli anni ’70 ai giorni nostri. Sono patetiche e ridicole (senza offesa, perché far ridere e regalare un sorriso è, di questi tempi, cosa assai ardua) quelle persone che hanno dedicato, un tempo, spirito e corpo alla politica extraparlamentare sacrificando tempo, amicizie e amore per una rivoluzione che era sempre a venire. Per chi, come me, subisce il fascino (disincantato) di quegli anni è deprimente (anche dal punto di vista umano) sentirsi raccontare che non serve far politica e che oggi dobbiamo eliminare i partiti e far politica senza di loro…. soprattutto quando questa favola è raccontata da chi era organizzato in rigida struttura gerarchica, extraparlamentare quanto si vuole, ma pur sempre uno scimmiottamento della struttura partitica. Da quella tradizione e dai libri che ha prodotto (ormai materiale da mercatino dell’usato) ho ereditato un’idea ben definita: il potere si prende e si esercita, come hanno fatto tutti quelli che hanno governato e governano. Credo nella democrazia (non è il sistema migliore, ma fra i pochi che funziona a parità di condizioni, un po’ come il software Word) e quindi declino questo imperativo… ma gli stessi di prima mi raccontano un’altra favola: io non vado più a votare, non serve a nulla, è gente che mangia nella stessa maniera (“E poi ti dicono: Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera. Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera” canta De Gregori ne La Storia). Declinare l’imperativo, nell’orizzonte delle moderne democrazie, vuol dire votare e cercare di candidare persone atte a rappresentarci da un punto di vista organizzativo, ideologico, morale e, perché no, estetico. C’è un motivo per cui negli U.S.A. (una democrazia con grossi problemi, ma pur sempre una democrazia) si vota ogni due anni: solo così il potere politico è costantemente controllato dal voto degli elettori e chi governa è sempre sottoposto al giudizio degli stessi (che poi questi siano manipolati dai media è oggetto di altra riflessione). Da noi votare è diventato fastidioso, una perdita di tempo fra l’andare a messa e al mare (negli U.S.A. si vota in autunno…). Ma il problema non è dei politici e di questa classe dirigente, è nostro che non muoviamo più il sedere dalle nostre comode poltrone perché ormai convinti che far della politica non serva a nulla. Perché, allora, tutti cerchiamo piccole raccomandazioni dai politici di turno e ci lamentiamo quando aumentano tasse e prezzi? Se davvero la politica non ci tocca…
Far politica è saper gestire e organizzare la Polis, e cioè la città, lo spazio pubblico. Serve conoscere come funziona la macchina amministrativa, come funzionano i vari uffici e i vari assessorati, come si amministra, tecnicamente, un comune. Se qualcuno sbrajando ci vuole insegnare che la politica è “un magna magna” non è colpa sua perché in democrazia ognuno è libero di dire quello che vuole, ma la colpa è di chi gli crede e lo delega, con il suo voto, a rappresentarlo. In questo caso, visto che il politico amministra la città al nostro posto – in nostra rappresentanza – il problema va ricercato a monte, e cioè nella visione malata che oggi noi cittadini abbiamo della politica e che si riflette, di conseguenza, in chi esercita il potere perché ogni popolo ha da sempre i governanti che si merita e che meglio lo rappresentano. Concordo con chi (R. Sennett) afferma che l’impoverirsi della vita pubblica è alla base del disagio contemporaneo.
Un laboratorio di democrazia partecipativa ha l’obbligo e il dovere di occuparsi di politica e di dialogare con i partiti tradizionali perché a questi va detto, in modo chiaro, adeguato e competente, che il loro modo di gestire la cosa pubblica non va bene per alcuni motivi che sono quelli che andranno identificati, discussi e dibattuti. Altrimenti che laboratorio è? e soprattutto è democrazia partecipativa di cosa? a cosa si partecipa se non alla gestione e organizzazione della città? Ma per far questo serve conoscere come funziona l’amministrazione per dare precise indicazioni a chi fa già funzionare la macchina pubblica che ci piaccia o no, o che si faccia dell’inutile ironia alle spalle di chi solleva, giustamente, questo problema. Altrimenti si fa del volontariato, ottimo e ben venga, ma che non ha nulla a che vedere con un laboratorio di democrazia partecipativa, ma solo con un gruppo di persone volenterose che hanno tempo e passione da dedicare a una giusta causa. In questo il progetto di Claudio ha un grande merito: punta l’attenzione sui problemi locali. Spesso, infatti, il volontariato si fa all’estero (piuttosto che niente, da sempre, è meglio ed è anche più comodo per ripulire la coscienza) per poi dimenticarsi dei vicini di casa anziani, del povero che s’incontra ogni mattina e dei disabili lasciati soli nelle classi scolastiche popolate da barbari. Castiglione Alegre potrebbe essere, per chi deciderà di aderirvi, un’occasione per far politica, per tornare ad occuparsi della cosa pubblica, ma solo se si dialogherà realmente con i partiti (che non hanno solo il compito di vincere per vincere a qualsiasi prezzo, perché ci sono delle identità e unioni da preservare) e li sì metterà alle strette con argomenti e conoscenze specifiche. Tutto il resto, è vero, non è politica e, dunque, non ci si potrà lamentare di chi andrà ancora a governare la nostra città.
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