SOLFERINO E LA STORIA SCOLPITA SULLA PIETRA

di Andrea Bianchera

Tu non devi andare a Solferino e San Martino - disse improvvisamente Fanny - tu non sei un soldato, non sei preparato alla guerra…”. Con queste parole, riportate a pag. 42 del volumetto di Tonino Mazza, Ottocento, da poco pubblicato da Cavinato Editore, Fanny Bettoni, giovane fanciulla bresciana innamorata, cerca di dissuadere il fidanzato Carlo Bonardi dal partecipare agli avvenimenti bellici del 1859. Perché riportiamo questo passaggio del libro, che ha come sottotitolo “La struggente e romantica storia d’amore fra Carlo Bonardi di Iseo e Fanny Bettoni di Brescia”? Contravvenendo alle regole, sveliamo subito il finale: l’amato Carlo Bonardi, benestante iseano con idee rivoluzionarie, affascinato dalle eroiche gesta di Garibaldi, lo seguirà nell’impresa dei Mille, finendo ucciso al primo assalto negli scontri di Calatafimi, e alla povera ragazza non resterà che il rimpianto di un amore, che avrebbe voluto eterno, precocemente infranto. Ma il motivo del nostro interesse non è tanto nella storia romanzata (ove sia frutto di una scelta dell’autore), quanto nel fatto che, mescolando realtà e finzione, facendo credere che si tratti di fatti storici, si rischia di travisare la Storia. Come avrebbe mai potuto la poveretta, in vacanza in quel fatidico mese di giugno del 1859 sul lago d’Iseo, dove abitava il fidanzato Carlo, dissuaderlo dal partecipare ad un avvenimento come quello della battaglia di Solferino tra Francesi ed Austriaci (e San Martino, che è ovviamente un altro posto e un’altra storia, avendo lì combattuto i Piemontesi contro gli Austriaci)? Questa, come è a tutti noto, fu una tipica battaglia d’incontro, non prevista né preventivabile in quei luoghi nemmeno dagli stessi protagonisti. L’approssimazione che, ripetiamo, può essere accettabile in una storia romanzata, non dovrebbe invece trovare spazio quando si vuole mettere “nero su bianco” non solo in un libro o testo cartaceo, ma addirittura scolpito sulla pietra, un dato storico, pretendendo con una intenzione, questa sì, encomiabile, di lastricare “una via che racconta la storia del Risorgimento Italiano ed Europeo, gli eventi politici, sociali e bellici di maggiore rilievo che sono accaduti dal Congresso di Vienna sino al giugno del 1859”, come ha fatto l’amministrazione comunale di centrodestra. Purtroppo, nonostante il tentativo di Sindaco, Vicesindaco ed Assessore di minimizzarne la portata, le lastre murate nella sede stradale di Via Garibaldi in Solferino presentano tante e tali imprecisioni da aver indotto il Circolo culturale Monte Alto ad aprire una vera e propria caccia all’errore. Il risultato è andato anche al di là delle aspettative: senza intenzione di essere pignoli, ma volendo evidenziare solo le imprecisioni più rilevanti, gli esperti del Circolo, prof. Massimo Marocchi e dott. Fausto Fondrieschi, hanno individuato oltre 50 errori, ripartiti tra 23 errori storici, 8 errori grammaticali gravi, 15 errori linguistici meno gravi, oltre a 4-5 citazioni improprie. Un professore di Lettere dell’Università di Padova, che si è divertito a partecipare fuori concorso, su invito del prof. Piero Apostoli, ha individuato ben 68 errori vari. Ma anche i partecipanti alla caccia all’errore non sono stati da meno, individuando da un minimo di 15 a un massimo di 60 imprecisioni. Per la cronaca chi ha individuato il maggior numero di errori è stata Lucia Cominotti di Brescia, coadiuvata dal marito Mario Saio e dal fratello Fabio Cominotti con Mariangela Chiarini, abitanti a Solferino. Ciò che la storia dovrebbe insegnare è che, pur in un’epoca di pressappochismo e superficialità, si dovrebbe pur sempre prestare la massima attenzione prima di scolpire sul marmo fatti storici che non sono né di destra né di sinistra, ma semplicemente “fatti”. L’unica osservazione riguarda la reazione di chi ha fatto tanti errori: l’ignoranza, se collegata all’umiltà e spirito di apprendimento, non solo non è un fattore negativo ma rappresenta una condizione normale dell’uomo (anche Socrate, ritenuto un sapiente, rispose che forse lo consideravano tale solo perché “sapeva di non sapere”!). Ciò che non è invece condivisibile è l’arroganza con la quale chi ha sbagliato cerca di giustificarsi buttandola sulla politica(?), scaricando la colpa su coloro che non hanno fatto altro che segnalare errori marchiani.


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