VIDEODROME (VOL.1)
IL CONCETTO DI ATTRAZIONE REPULSIONE NEL CONSUMODI IMMAGINI
Nel 1983 David Cronenberg, regista canadese con alle spalle nove film, scrive e dirige “Videodrome”, una lucida e profonda riflessione sulla “società dello spettacolo” (definizione coniata da Guy Debord nel 1968) e sulle sue patologie sempre in evoluzione. Il protagonista, Max, dirige un tv privata (Civic Tv) e sceglie, per battare la concorrenza, di mostrare durante tutto il suo palinsesto, immagini violente e pornografia. Un giorno, un tecnico della sua tv rivela lui d’aver trovato un canale incredibile dove persone vengono realmente torturate ed uccise. Il canale si chiama Videodrome (letteralmente video-arena) ma si riesce a captare solo per pochi secondi al giorno. L’interesse di Max per il programma è enorme e diventa ossessivo. Sente il bisogno inarrestabile di “fagocitare” quella violenza. Max inizia però ad avere tremende allucinazioni e scopre che la causa è proprio quel canale che in modo misterioso agisce sul cervello facendolo ammalare. Da qui il protagonista sarà travolto in un profondo abisso percettivo schiacciato tra realtà posticcia e finzione vera, diventando come si dice nel film “Nuova Carne”, un uomo programmabile e “mediatico”. Il contenuto del film è davvero vasto e più di un concetto viene messo in luce. Questo è il primo di tre articoli che proveranno a svelare alcuni di questi meccanismi. Tutta la struttura narrativa del film è legata indissolubilmente al bisogno inarrestabile del protagonista di, come ho già detto, “vedere” la violenza, consumare immagini violente. Il primo concetto di cui parlerò sarà il meccanismo di attrazione/repulsione nel consumo di immagini.
Tutto si basa essenzialmente sulla riflessione riguardo alla società dello spettacolo. Dalla sua nascita ai giorni nostri, essa ha attuato e non ancora concluso, un processo di massiccia rappresentazione della realtà. I media hanno abituato il nostro occhio a guardare sempre più immagini arrivando quasi a mostrare tutto. Questo processo ha costretto inconsciamente l’uomo a fidarsi di tutto ciò che vede e ad attribuirgli automaticamente valore di verità. L’industria dello spettacolo, nel frattempo, aumenta le sue filiali e diviene uno strumento sempre più potente. A questo stadio, con un uomo pronto a credere in tutto ciò che vede, un’industria che gli fornisce una quantità esorbitante di visioni, si aggiunga l’istinto, il bisogno umano di guardare in continuazione, di stabilire distanze, confini e spazi nella realtà, che permettano di isolare la propria identità. Ne deriva una conclusione allarmante: l’uomo, persa di vista la realtà, ed ormai drogato dal consumo di immagini diviene, come accennato, immagine di se stesso, uomo mediatico. È la menzionata insicurezza d’identità poi, che attiva definitivamente il meccanismo di attrazione/repulsione: l’individuo ha bisogno di vedere l’anormalità, in tutto il suo orrore e in tutto il suo sempre spiazzante caos. Il paradosso di vivere ciò che si augura di non vivere, convince l’uomo, a questo punto chiamato più correttamente “spettatore”, ad andare sempre oltre, a spingersi in meandri sempre più spaventosi di orrore. Se possiamo vedere tutto e tutto è realtà… Il controllo delle menti da parte del potere sarà forse, a questo punto, l’ultimo piccolo passo. Come scriveva Debord: Lo spettacolo si presenta come un’enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più di questo, che “ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”. (Guy Debord, La società dello spettacolo ed. Baldini & Castoldi).
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