Arlecchino servo di tre (!) padroni

di Luca Cremonesi

Giorgio Strehler è stato il più grande dittatore che mai sia apparso in Italia, ma a ce ne fossero di questi dittatori! Ho avuto, tempo addietro, un amore folle per il regista triestino, fondatore del Piccolo Teatro di Milano, morto nella notte di natale del 1997. Ricordiamo che Strehler ha anche diretto il Teatro d’Europa, voluto da Jack Lang e da François Mitterand a Parigi. Del resto il suo cursus honorum è lunghissimo: parlamentare europeo, senatore della Repubblica, un lungo elenco di onorificenze, fra cui l’amatissima Legion d’onore. Fu un amore, dicevo, lungo almeno un lustro che raggiunse l’apice nell’anno di grazia 1994. In quel tempo mi recai al Piccolo per I Giganti della Montagna e lo vidi là, sul palco, nella sua inconfondibile chioma bianca, con la sua aria da regista-dittatore. Firmava i suoi libri, ne avevo uno nello zaino e dissi fra me e me: “Ma si, sarà per la prossima volta”, e come spesso capita la prossima volta non c’è stata. Il mio amore per Strehler proseguì, con assoluta fedeltà, come si conviene a chi si ama senza condizioni. Chi ama in tal maniera sa bene che lo sguardo è offuscato e, di conseguenza, non si vedono i difetti e né si percepiscono i limiti. Di lì a poco incontrai il Bene e tutto il mio amore si trasformò in odio (perché pur di quello s’ha da esser capaci, scrivevano, a ragion veduta, Nietzsche e Morgan dei Bluvertigo) per quel modo di far teatro così tanto amato. Basta Strehler e basta, soprattutto, suoi spettacoli! Il caso vuole che il mese scorso approdasse a Castiglione delle Stiviere, nell’ambito del cartellone 2006-2007, uno degli spettacoli più conosciuti del regista, quell’Arlecchino servo di due padroni (testo di Goldoni), andato in scena per la prima volta, sotto la sua dittatura, nel 1947 (esattamente 60 anni fa) e ripreso nei decenni più e più volte. Ancor più interessante era la presenza, nel cast, di Ferruccio Soleri, 77 anni, oltre 2.000 interpretazioni in tutto il mondo della nota maschera, insomma il vero Arlecchino (Soleri prese il posto di Marcello Moretti, il primo Arlecchino di Strehler). Così, esattamente dieci anni dopo il mio divorzio, mi son recato a teatro e ho rivisto un’opera del mio ex-amato regista. Splendido! Uno spettacolo meraviglioso e un Ferruccio Soleri in perfetta forma (non mi muovo io, trent’enne, con la sua stessa agilità). C’erano alcune classi del Liceo F. Gonzaga letteralmente ammutolite e inchiodate al palcoscenico (tranne una nota e severa Professoressa che ha dormito quasi tutto lo spettacolo) e allo stesso modo tutto il pubblico in sala è stato catturato nella rete preparata ad arte dal grande dittatore. Anche la stessa rappresentazione, perfetta e fedele come mi hanno già detto alcune voci (e ci mancherebbe altro), è schiava dell’opprimente presenza del regista che partecipa fisicamente alla messa in scena – non più Lui ovviamente – con un personaggio che ne fa le veci. Ai margini del palcoscenico c’è il regista (incarnato da un buffo personaggio con un libro in mano che accende e spegne le candele all’inizio e alla fine di ogni atto) che ogni tanto (spesso e volentieri in realtà) interviene nello spettacolo. Non pago il nostro dittatore ha addirittura trasformato tutti gli attori in se stesso: ogni maschera, fuor di scena, osserva gli interpreti e può “liberamente” intervenire per correggere o per sottolineare gli eventuali errori dei compagni di viaggio. L’unico esente da tale ruolo è Arlecchino, già di suo servo di due padroni (il Teatro e la Maschera), ma servo una terza volta delle volontà del regista. Arlecchino è il regista della vicenda, ma è anche Strehler in scena che comanda e detta i ritmi di tutta la messa-in-scena! Il gioco era chiaro, sin troppo, e solo un innamorato distratto dalla luce eterna dell’amato non può aver notato quanto affermo. Chi, come chi scrive, vive nel disincanto d’amor non può che salutare con gioia i tratti e lo stile dell’ex-amato, ma prender atto che nulla è cambiato e le strade proseguiranno per sempre parallele, senza mai più incontrarsi. Tutt’altro discorso merita Soleri (la vhs di Einaudi ripropone la sua performance di qualche decennio fa, da avere assolutamente in casa!). Perfetto, immenso, riempiva la scena da solo; splendido e tenero il momento in cui chiede al pubblico dove si trova la lettera sulla quale si è seduto. Una bambina, credo dai palchi, gli ha gridato, con voce innocente: “Si trova sul tuo sedere”. A Soleri non è sfuggita tale tenerezza e un leggero sorriso ha pervaso il suo volto (forse abituato, da ormai troppo tempo, a sentirsi urlare in modo barbaro “è sul tuo culo”). Settantasette anni (classe 1929), dal 1963 veste instancabilmente i panni di Arlecchino, studiando a fondo ogni suo aspetto umano ed espressivo. Della celebre maschera l’attore ne evidenzia soprattutto l’aspetto felino, giocando sull’elemento acrobatico, molto presente nell’Arlecchino del ‘600 e ‘700; ne studia approfonditamente la voce, lavorando con la maschera e osservandosi allo specchio. Nel 1990, negli appunti sulla cosiddetta edizione del “Buongiorno” messa in scena nel 1990 come saggio di diploma degli allievi del “Corso Copeau” della Scuola di Teatro, Strehler scriveva: “Io, che ho voluto in mezzo ad enormi difficoltà, questa scuola, questo luogo di ricerca “vera” aperto sul domani, con Enrico D’Amato e tutti gli insegnanti, offro al teatro italiano altre sue creature perché lo portino avanti, lo difendano e lo aiutino ad essere all’altezza estetica ed umana che merita, proprio là dove si vorrebbe considerarlo solo un superfluo residuo di un’Arte decaduta ed inutile.
Perciò auguri a voi tutti. Auguri a te vecchissimo Arlecchino. Auguri a te Ferruccio, immortale Arlecchino”. Vista questa rappresentazione, speriamo sia veramente così, e che l’ordine perentorio del dittatore sia eseguito senza batter ciglio, come si sovviene agli ordine imposti e dettati dal volere di qualsivoglia tiranno.


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